Meglio uno spaccaculo "quasi famoso" che una celebrità cazzona senza spirito



Quasi Famosi
 Cameron Crowe

William Miller è un timido adolescente di San Diego desideroso di diventare un giornalista musicale, nonostante la madre Elaine, iperprotettiva, sogni per lui un futuro da avvocato. Il ragazzo incontra il cinico giornalista rock Lester Bangs, che gli offre il suo primo incarico: recensire un'esibizione dei Black Sabbath. Sfortunatamente William non ha né un biglietto né le credenziali da giornalista per poter assistere al concerto; ma nel  parcheggio dello stadio William incontra le "Aiuta complessi".


“Quasi famosi” non è un film sulla nostalgia dei “favolosi Settanta”. 
È un film sulla maturazione di un ragazzo (autobiografia riga dopo riga del regista Crowe) e sulla consunzione di un sogno, il sogno del rock che libera l’anima e la testa, e che invece, piano piano, finisce per sottostare ai piccoli e grandi tradimenti delle convenzioni, alla fascinazione del mercato. Il critico Lester Bangs, misantropo e scontento, sempre chiuso in casa ha già capito tutto e darà al giovane William i suoi consigli. 
Quello fondamentale («Devi farti una reputazione essendo soprattutto sincero e molto spietato»), quello storico («Sei arrivato in un momento pericoloso per il rock: la guerra è finita e hanno vinto loro»), quello esistenziale («L’unica moneta forte in questo mondo in bancarotta è ciò che scambi con un altro sfigato»). Nelle parole di Lester Bangs c’è tutto il senso del film, dall’euforia alla crescente disillusione, c’è la sensazione che, certo, hanno vinto loro, ma noi siamo ancora qua. 

Crowe ricorda, non solo la sua storia (quando nel ’73, quindicenne, si mise al seguito di un gruppo musicale per fare un reportage per “Rolling Stone”) ma anche la “sua” musica e il “suo” cinema, e ritrova la meraviglia di quel mondo, il ritmo di quelle assonanze, la cadenza impagabile di quelle immagini, il piacere di essere lì in quel preciso istante a godersi lo spettacolo. Un film di due ore e due minuti che fugge via con una leggerezza e una ricchezza che abbiamo dimenticato: storie, volti, telefonate, tappe dell’Almost Famous Tour ’73 si intrecciano in un affresco che non si deteriora mai. 

Dev'essere bellissimo ripercorrere gli "early days" ripensando a quella casualissima sera, cercando invano di poter intervistare i Black Sabbath e ritrovarsi tutto ad un tratto su un tour bus di una band che cavalca la cresta dell'onda in giro per gli Usa. 

 
Quello che viene messo in scena da Crowe non è un semplice documentario rock degli anni 70', è una pura dichiarazione di eterno amore al rock e ai suoi anni migliori, un amore a 360° (scena cult quella della Hudson che danza in mezzo alla sala sporca e logora che ha appena accolto un concerto dgli Stillwater). 

 
Per un vero amante del genere c'è pura immedesimazione, il voler star lì, stare accucciati dietro le quinte mentre i tuoi idoli sono lì a tre metri da te e stanno scrivendo la storia davanti a una folla in delirio. C'è il desiderio di voler condividere qualsiasi cosa insieme, le sbronze, gli acidi ai party, le discussioni sulle magliette stampate male, le canzoni cantate a squarciagola in ogni dove, sentirsi liberi di vivere come si vuole, con chi si vuole e mandare a fanculo tutti gli altri. 

 
Questo è il rock, questo era il rock, questo sarà sempre il rock! 

 
Non c’è un metro di pellicola sprecato in “Quasi famosi”, né una battuta, un sorriso, una lacrima. 

È il cinema come dovrebbe essere, realtà!


una battuta però c'è in realtà: Ehi nemico, puoi scrivere su Rolling Stones che le mie ultime parole sono state:

 SONO STRAFATTO!


Che cosa ti piace della musica?

Della "buona musica" mi piace TUTTO,
per tutto il resto mi sento in dovere di mandare tutti e tutto a fanculo.

"To be a rock and not to roll"

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4 commenti:

  1. un mio cult assoluto, un film splendido (come dici) sulla maturazione, sul giornalismo e sul rock'n'roll
    e la scena sul pullman con tiny dancer è da brividi!

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  2. Ottimo film, per tutti i giovani ex adolescenti appassionati di musica e di vita on the road, in particolare se, come il sottoscritto, hanno sempre valso qualcosina in più con una penna in mano, che non con la chitarra.
    Se non ricordo male la sequenza con Wild world di Cat Stevens mi provoca ancora qualche brivido lungo la schiena.

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  3. La grandezza del film, l'ambientazione, le musiche, sono la dimostrazione, una volta ancora, che l'epoca d'oro del rock è stata quella. Adesso ci illudiamo di trovare roba sensazionale in gruppi e artisti che magari pur essendo molto validi, per chi come me ha vissuto il rock in quegli anni, sono come paragonare la pasta di grano duro con quella di grano tenero.

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  4. L'ho visto l'altra sera e poi ho letto il tuo post. mi piace come tu riesca a essere sia supertecnico che supercasual nei tuoi commenti..e se vuoi anche superactual. Ne ho scritto anche io sul mio blog invece privo di tecnicismi e più orientato al benessere e sviluppo personale, perchè non facciamo post e comment crossing ;)

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